venerdì 16 febbraio 2018



Il Monastero di Sant'Andrea: un luogo per discernere
Come monaco eremita diocesano abito da dieci anni in un piccolo e antico monastero collocato nell'impervio entroterra di Chiavari (Ge) a pochi chilometri dal mare: si tratta dell'abbazia di Borzone del X sec. fondata dai benedettini francesi della Chaise Dieu. Arrivandovi, dopo qualche chilometro di una strada in salita stretta e tortuosa, ci si trova immersi nel silenzio, circondati dal verde dei boschi che echeggia solo dell'incessante cinguettio degli uccelli, da qualche abbaiare di cani (tra cui i miei due), e che è mosso da una leggera e costante "brezza" marina che ricorda un po' quella di Elia portatrice del sussurro di Dio, ma che a volte si trasforma in un "vento gagliardo" che sembra sradicare piante e cose dalle loro fondamenta. Nulla più. Il monastero è un luogo che rievoca, col suo austero silenzio, una lunga storia di uomini di Dio tessuta di preghiera e di lavoro; ogni pietra scolpita parla del desiderio di "cercare Dio solo" (RB) e della fatica che lo accompagna. Con gioia leggo nel registro degli ospiti e dei turisti posto in chiesa una parola che ritorna spessissimo: "Qui si respira la pace!". Borzone mi appare allora come una piccola calamita che, con una nascosta energia, attira stranamente soprattutto i "lontani". Forse è il fascino che suscita sempre un monastero per chi vi giunge staccandosi per qualche ora dal trambusto della città: un luogo sospeso nel tempo e che proprio per questo parla sommessamente ma insistentemente di quelle realtà eterne a cui troppo poco si pensa ed è capace proprio per questo di suscitare pensieri, emozioni, ricordi mai assopiti totalmente nel cuore dell'uomo.
Ogni giorno mi "costringe" ad una essenzialità senza distrazioni, imponendomi la fatica della ripetitività quotidiana fatta di ritmi di preghiera e di mille lavori da fare che a volte sembrano davvero troppi per due sole mani. Ma già il fatto di esserci suggerisce, credo, a chi vi si accosta, che questo mondo non è fatto solo di una dimensione orizzontale ma che è possibile, anzi necessario, uno sguardo diverso che punti all'insù: a quell'assoluto che solo può dare pace al cuore dell'uomo sempre insoddisfatto. E' questo mio esserci qui credo sia già un'offerta di discernimento: un invito alla considerazione che la realtà è composta da tanti elementi diversi e che compito dell'uomo è riconoscere ciò che ha realmente valore da ciò che non ne ha. Mi capita di incontrare persone in un certo senso analfabete riguardo a questa capacità di giudizio sulla realtà e che scambiano ciò che è inconsistente come fosse realtà fondante su cui costruire "mondanamente" tutta una vita.
Ho sempre pensato al monastero non come a un castello arroccato tra mura di difesa ma come un'oasi nel deserto dove trovare acqua, o, usando un'altra immagine più prosaica, come a un distributore presso il quale ci si ferma il tempo necessario per fare il pieno, controllare il motore, sgranchirsi le gambe e riprendere la strada più leggeri. In tal senso vivo l'accompagnamento in vista del discernimento come parte della vocazione che il Signore mi ha affidato. Nella "Regola di Vita" consegnatami dalla Chiesa esprimo questo aspetto della mia chiamata: "Nella ricerca del volto di Dio non siamo soli: tutti, più o meno consapevolmente e spesso con inquietudine, domandano una parola che apra alla speranza. Che la nostra casa divenga uno spazio di silenzio e di preghiera, un luogo di accoglienza, di condivisione e di gratuità dove la vita abbia il primato sull’azione e sui discorsi. Sia un luogo di pace dove ognuno possa essere accolto per quella ricerca di Dio di cui tutti siamo assetati". Sono poche parole che però cercano di esprimere il come e il perché desidero che le porte del monastero siano sempre disponibili ad aprirsi a chi vi bussa perché desideroso di capire che senso dare alla proprio vita, quali scelte siano da farsi e quali no. Il monaco non è un "isolato" dal mondo; pur vivendo la solitudine come dimensione essenziale, egli sa di camminare insieme a tanti fratelli e sorelle che avanzano nella vita con fatica in mezzo a mille incertezze e contraddizioni: facile perdere di vista il sentiero giusto e imbarcarsi in direzioni a fondo cieco. Sentirsi "compagni di viaggio" in questo costante atteggiamento di discernimento è importante anche per il monaco: nei momenti di disorientamento che talvolta lo assalgono, in questo non è migliore degli altri,  è importante che egli senta di condividere la fatica di tutti nel comprendere  la direzione da perseguire e perseverarvi. Paragonerei il monaco ad una guida alpina che avendo già personalmente percorso i diversi sentieri di montagna ne conosce per esperienza le opportunità e i rischi: reso esperto da tale esperienza è capace di"accompagnare" altri. Ovvero proprio questa esperienza lo rende capace di compassione, e di una parola autorevole di speranza radicata nella certezza che il nome di ciascuno "è scritto sul palmo della mano di Dio" e che dunque non si è mai abbandonati a se stessi nel cammino della vita.
Un ulteriore elemento che sottolineo proprio in ordine al discernimento è il primato dato all'essere prima che al fare o al dire. Al primo posto cerco di collocare la concretezza della persona: tutto il resto viene dopo. Guardando la persona che incontro ne ricerco perciò il valore, alla luce del disegno misterioso e fantasioso di Dio per ciascuno di noi, a prescindere dal ruolo o dai problemi che essa mi presenta. Questa priorità data all'essere credo sia già offrire un criterio fondamentale in ordine al discernimento: la persona sentendosi riconosciuta, accolta, degna d'essere amata per quel che è prima per ciò che ha o fa avverte cosa è realmente importante per la sua vita. Questo è un modo per riscoprire la propria dignità di creatura e figlio di Dio da sempre pensato ed amato. E' in questa luce che è possibile un discernimento compiuto in base all'amore e non in base a fattori devianti quali ad esempio quelli derivati da una impostazione moralistica della fede e della vita.
Le persone che bussano alla porta del monastero con una domanda di "discernimento" (più o meno consapevole!) sono le più diverse; mi scorrono nella mente tanti volti che ricordo con gratitudine: ciascuno è stato per me un dono e spero di esserlo stato per loro.  Al monastero può giungere chi è lontano dalla fede ma si rende conto del vuoto insopportabile che l'accompagna, oppure il coniuge in crisi, il separato, il malato, la persona sola, può bussare chi sta vagando di luogo in luogo immerso in qualche strana corrente new o next age in una ricerca spirituale priva però di rivelazione, oppure chi non si trova purtroppo a proprio agio nella sua parrocchia o col proprio parroco! Il più delle volte arrivano uomini e donne, più o meno giovani, che portano nel cuore delle ferite spesso nascoste, e che chiedono di essere accolte, ascoltate e guarite. E ciascuno deve essere accolto nel momento preciso di esperienza di vita e di fede in cui si trova: e da quel punto preciso ripartire per un nuovo tratto di cammino.
Il primo incontro è un momento importante e delicato. La mia sollecitudine è cercare di far sentire l'ospite che giunge al monastero atteso e benvoluto. Mi diceva un amico che sr. Chiara dell'eremo di Cerbaiolo accoglieva anche lo sconosciuto con un saluto che lo lasciava senza parole: "Benvenuto! Ti aspettavo". Fondamentale è l'atteggiamento da assumere: già s. Benedetto lo sottolineava indirettamente nella sua regola: "appena qualcuno bussa, o un povero chiama, gli risponda: ‘Deo gratias’ o ‘Benedic’, e con tutta la mansuetudine che il timore di Dio gli ispira, si affretti a rispondere con la sollecitudine della carità." (Regula, cap. LXVI). La porta si spalanca ma deve aprirsi "con timor di Dio". Ovvero è la porta della mia disponibilità a dover "far spazio" e a "dare tempo" a colui che mi sta di fronte. La porta si apre per chiudersi alle vanità, ai cicalecci di tante parole vuote che ci sommergono, al vortice insensato delle molteplici cose del mondo che distraggono. Essa deve aprirsi ad uno spazio e ad un tempo diversi in cui l'incontro dei volti e lo scambio delle parole vere hanno la priorità e in cui perciò è facilitato il compito di "avvertire" per poi discernere la propria vita.  A ciascuno così viene data l'occasione di ascoltarsi e di leggersi con verità e autenticità, lasciando che la propria maschera ingombrante che sembrava indispensabile cada a terra frantimandosi, residuo di una identità costruita su false immagini di sé, di Dio e del mondo.  
Il cammino di discernimento può prendere forme e tempi diversi. Può restringersi ad un solo incontro, oppure dopo un primo dialogo si decide di dare avvio ad incontri periodici più o meno diradati nel tempo. Capita talvolta che qualcuno senta la necessità di trascorrere un tempo più o meno lungo in monastero. In questo caso il discernimento prende la forma anche di condivisione di vita: si condivide la quotidianità, il lavoro e la preghiera. Cerco di adeguare il mio passo al ritmo dell'ospite favorendolo nel cammino più adatto al momento che sta attraversando. Questo mi domanda la disponibilità nel farmi compagno di viaggio alla velocità, diciamo così, consentita dall'altra persona. Dentro questa concretezza quotidiana priva di distrazioni, esigente nella sua ascesi, la persona è entra a contatto con le proprie profondità spesso sconosciute, con i propri pensieri, emozioni, giudizi: nel silenzio emerge anche il suo "caos" interiore che domanda di essere calmato, ordinato, riletto. Emergono i nodi di sofferenza che chiedono di essere sciolti per poter poi finalmente intessere nella pace la propria vita. Tutto questo dà la possibilità di poter intravvedere (con ritmi più o meno lunghi) quella nascosta trama di senso della propria vita che sola può strapparla da una sua insensatezza devastante: e questa trama di significato alla fine non può che riallacciarsi nella fede alla paternità di Dio che ci conosce per nome.
In tal senso mi auspico che la mia prima proposta di "discernimento" sia cercare di offrire non solo un accompagnamento "spirituale", ma ancor prima di offrire uno stile di vita diverso con valori spesso sconosciuti o trascurati. E' un aiuto pratico, terra terra, all'apprendimento di un discernimento capace di "mettere ordine nella propria vita". Non si tratta di trasformare l'altro in un monaco o monaca, quanto  suggerire di reimpostare alla luce di Dio in modo più sapiente le priorità della propria vita.
Durante l'incontro cerco di tacere al fine di lasciare che l'altro abbia la possibilità di raccontarsi-ascoltarsi, cerco di coltivare un ascolto privo di pregiudizi o di fretta di rispondere. L'ascolto "silenzioso" mi offre la possibilità di entrare in sintonia con il cuore dell'altro il che mi aiuta, dietro le parole e i gesti, a "sentire" il suo vissuto profondo, il modo di percepire se stesso e la vita in tutti i suoi aspetti.
Il rischio per chi ricerca soprattutto in ambito religioso un aiuto in vista di scelte da fare o situazioni difficili da districare è di cercare una sorta di mago che con una bacchetta magica risolva immediatamente problemi e sofferenze che invece hanno bisogno di assunzione di responsabilità e di tempo per essere portati alla luce, compresi, e responsabilmente affrontati in vista di scelte più libere.  In questa aspettativa erronea vi è un volersi esonerare dalla fatica e dal rischio del cambiamento. E' importante allora far emergere questa attesa immatura sia sotto l'aspetto psicologico che spirituale. La grazia suppone sempre la natura e Dio opera sempre dentro la libertà collaborativa dell'uomo e non la sostituisce mai.
Tengo a sottolineare che il mio è un accompagnamento spirituale in vista di un discernimento e non un lavoro psicologico (anche se cerco di tener presenti alcuni dei principi basilari di tale disciplina onde evitare percorsi astratti e dannosi) per cui l'obiettivo è quello non tanto di aiutare la persona a risolvere alcuni problemi fonte di sofferenza quanto ad aiutarla a guardare questi stessi problemi ma ancor più tutta la sua vita nell'orizzonte ampio di Dio: è imparare a leggere la propria vita in tutti i suoi aspetti - compresi quelli di peccato - come una storia nella quale la Provvidenza di Dio insieme alla nostra libertà il più delle volte capricciosa e sbarazzina scrive, con enorme pazienza, la sua storia di salvezza. Da parte mia cerco di vivere ogni incontro in un clima di "preghiera": intendo con ciò dire che è è fondamentale riconoscere tra me e il fratello che mi sta di fronte la presenza e l'agire dello Spirito di Dio. E' alla sua luce di sapienza e intelligenza che è possibile dipanare le mie e altrui oscurità, i nodi irrisolti, e intravvedere le piste giuste da percorrere perché la vita possa scorrere nella pace sorretta dal dono della speranza dalla quale nessuno è mai escluso.
Fondamentale è infine, dentro tale orizzonte di discernimento, giungere a scelte concrete di vita che aiutino a intraprendere con fiducia un nuovo tratto di strada in sintonia maggiore col disegno di Dio. Questo si avvera quando le scelte che scaturiscono dalla sinergia di cuore, mente e volontà. E' questo un lavoro lungo, paziente, spesso sofferto.
Nel nostro contesto socio-ecclesiale spesso ai sacerdoti purtroppo manca il tempo per potersi fermare per accompagnare nel discernimento le persone che lo richiedono, ingabbiati come sono da mille impegni che riempiono l'agenda. Un monastero può divenire allora un punto di riferimento "pastorale" non indifferente in vista di tale servizio. Esso diviene così un'icona certo sempre molto povera del mistero della Chiesa madre che nel nome del Signore Gesù accoglie, accompagna, illumina nel cammino verso il Regno.
Considero il ministero del discernimento non solo compatibile con la mia scelta monastica ma anche utile sia a livello umano che spirituale. Mi sollecita infatti a sentirmi in certo qual modo "nel mondo" pur avendo fatto la scelta di uscirne". Non è certamente un servizio appariscente: non fa clamore, non vi sono riflettori, e talvolta è giudicato, anche in ambito ecclesiale, come uno spreco di energie perché "poco produttivo" non avendo ricadute "quantitative" immediate.  Da parte mia cerco di considerarlo come un segno dell'amore di Cristo risorto, un piccolo seme nascosto, che spero sia utile al fine di contribuire a far sì che fratelli e sorelle si aprano al mistero di Dio e di loro stessi e vivano il dono della vita con maggior pace, gioia e speranza.
Il generale statunitense Omar Bradhey (1893-1981) ebbe a dire una frase illuminante che cerco di fare mia in ordine al servizio del discernimento offerto ai fratelli: " Dobbiamo imparare a determinare la nostra rotta secondo le stelle, non seguendo le luci di ogni nave che passa". Ecco aiutare i fratelli a distinguere in questo mondo così complesso la luce di una stella da quella di tante lampadine oggi quanto mai è necessario.