Il Monastero di Sant'Andrea: un luogo per discernere
Come monaco eremita diocesano abito da dieci anni
in un piccolo e antico monastero collocato nell'impervio entroterra di Chiavari
(Ge) a pochi chilometri dal mare: si tratta dell'abbazia di Borzone del X sec. fondata
dai benedettini francesi della Chaise Dieu. Arrivandovi, dopo qualche
chilometro di una strada in salita stretta e tortuosa, ci si trova immersi nel
silenzio, circondati dal verde dei boschi che echeggia solo dell'incessante
cinguettio degli uccelli, da qualche abbaiare di cani (tra cui i miei due), e
che è mosso da una leggera e costante "brezza" marina che ricorda un
po' quella di Elia portatrice del sussurro di Dio, ma che a volte si trasforma
in un "vento gagliardo" che sembra sradicare piante e cose dalle loro
fondamenta. Nulla più. Il monastero è un luogo che rievoca, col suo austero
silenzio, una lunga storia di uomini di Dio tessuta di preghiera e di lavoro;
ogni pietra scolpita parla del desiderio di "cercare Dio solo" (RB) e
della fatica che lo accompagna. Con gioia leggo nel registro degli ospiti e dei
turisti posto in chiesa una parola che ritorna spessissimo: "Qui si
respira la pace!". Borzone mi appare allora come una piccola calamita che,
con una nascosta energia, attira stranamente soprattutto i "lontani".
Forse è il fascino che suscita sempre un monastero per chi vi giunge
staccandosi per qualche ora dal trambusto della città: un luogo sospeso nel tempo
e che proprio per questo parla sommessamente ma insistentemente di quelle
realtà eterne a cui troppo poco si pensa ed è capace proprio per questo di suscitare
pensieri, emozioni, ricordi mai assopiti totalmente nel cuore dell'uomo.
Ogni giorno mi "costringe" ad una
essenzialità senza distrazioni, imponendomi la fatica della ripetitività
quotidiana fatta di ritmi di preghiera e di mille lavori da fare che a volte
sembrano davvero troppi per due sole mani. Ma già il fatto di esserci suggerisce,
credo, a chi vi si accosta, che questo mondo non è fatto solo di una dimensione
orizzontale ma che è possibile, anzi necessario, uno sguardo diverso che punti
all'insù: a quell'assoluto che solo può dare pace al cuore dell'uomo sempre
insoddisfatto. E' questo mio esserci qui credo sia già un'offerta di
discernimento: un invito alla considerazione che la realtà è composta da tanti elementi
diversi e che compito dell'uomo è riconoscere ciò che ha realmente valore da
ciò che non ne ha. Mi capita di incontrare persone in un certo senso analfabete
riguardo a questa capacità di giudizio sulla realtà e che scambiano ciò che è inconsistente
come fosse realtà fondante su cui costruire "mondanamente" tutta una vita.
Ho sempre pensato al monastero non come a un
castello arroccato tra mura di difesa ma come un'oasi nel deserto dove trovare
acqua, o, usando un'altra immagine più prosaica, come a un distributore presso
il quale ci si ferma il tempo necessario per fare il pieno, controllare il
motore, sgranchirsi le gambe e riprendere la strada più leggeri. In tal senso
vivo l'accompagnamento in vista del discernimento come parte della vocazione
che il Signore mi ha affidato. Nella "Regola
di Vita" consegnatami dalla Chiesa esprimo questo aspetto della mia
chiamata: "Nella ricerca del
volto di Dio non siamo soli: tutti, più o meno consapevolmente e spesso con
inquietudine, domandano una parola che apra alla speranza. Che la nostra casa
divenga uno spazio di silenzio e di preghiera, un luogo di accoglienza, di
condivisione e di gratuità dove la vita abbia il primato sull’azione e sui
discorsi. Sia un luogo di pace dove ognuno possa essere accolto per quella
ricerca di Dio di cui tutti siamo assetati". Sono poche parole che
però cercano di esprimere il come e il perché desidero che le porte del
monastero siano sempre disponibili ad aprirsi a chi vi bussa perché desideroso
di capire che senso dare alla proprio vita, quali scelte siano da farsi e quali
no. Il monaco non è un "isolato" dal mondo; pur vivendo la solitudine
come dimensione essenziale, egli sa di camminare insieme a tanti fratelli e
sorelle che avanzano nella vita con fatica in mezzo a mille incertezze e
contraddizioni: facile perdere di vista il sentiero giusto e imbarcarsi in
direzioni a fondo cieco. Sentirsi "compagni di viaggio" in questo
costante atteggiamento di discernimento è importante anche per il monaco: nei
momenti di disorientamento che talvolta lo assalgono, in questo non è migliore
degli altri, è importante che egli senta
di condividere la fatica di tutti nel comprendere la direzione da perseguire e perseverarvi. Paragonerei
il monaco ad una guida alpina che avendo già personalmente percorso i diversi
sentieri di montagna ne conosce per esperienza le opportunità e i rischi: reso
esperto da tale esperienza è capace di"accompagnare" altri. Ovvero
proprio questa esperienza lo rende capace di compassione, e di una parola autorevole
di speranza radicata nella certezza che il nome di ciascuno "è scritto sul palmo della mano di Dio"
e che dunque non si è mai abbandonati a se stessi nel cammino della vita.
Un ulteriore elemento che sottolineo
proprio in ordine al discernimento è il primato dato all'essere prima che al fare
o al dire. Al primo posto cerco di collocare la concretezza della persona: tutto
il resto viene dopo. Guardando la persona che incontro ne ricerco perciò il valore,
alla luce del disegno misterioso e fantasioso di Dio per ciascuno di noi, a
prescindere dal ruolo o dai problemi che essa mi presenta. Questa priorità data
all'essere credo sia già offrire un criterio fondamentale in ordine al
discernimento: la persona sentendosi riconosciuta, accolta, degna d'essere
amata per quel che è prima per ciò che ha o fa avverte cosa è realmente
importante per la sua vita. Questo è un modo per riscoprire la propria dignità di
creatura e figlio di Dio da sempre pensato ed amato. E' in questa luce che è
possibile un discernimento compiuto in base all'amore e non in base a fattori
devianti quali ad esempio quelli derivati da una impostazione moralistica della
fede e della vita.
Le persone che bussano alla porta del monastero
con una domanda di "discernimento" (più o meno consapevole!) sono le
più diverse; mi scorrono nella mente tanti volti che ricordo con gratitudine:
ciascuno è stato per me un dono e spero di esserlo stato per loro. Al monastero può giungere chi è lontano dalla
fede ma si rende conto del vuoto insopportabile che l'accompagna, oppure il
coniuge in crisi, il separato, il malato, la persona sola, può bussare chi sta
vagando di luogo in luogo immerso in qualche strana corrente new o next age in
una ricerca spirituale priva però di rivelazione, oppure chi non si trova purtroppo
a proprio agio nella sua parrocchia o col proprio parroco! Il più delle volte arrivano
uomini e donne, più o meno giovani, che portano nel cuore delle ferite spesso
nascoste, e che chiedono di essere accolte, ascoltate e guarite. E ciascuno
deve essere accolto nel momento preciso di esperienza di vita e di fede in cui
si trova: e da quel punto preciso ripartire per un nuovo tratto di cammino.
Il primo incontro è un momento importante e
delicato. La mia sollecitudine è cercare di far sentire l'ospite che giunge al
monastero atteso e benvoluto. Mi diceva un amico che sr. Chiara dell'eremo di
Cerbaiolo accoglieva anche lo sconosciuto con un saluto che lo lasciava senza
parole: "Benvenuto! Ti aspettavo". Fondamentale è l'atteggiamento da
assumere: già s. Benedetto lo sottolineava indirettamente nella sua regola: "appena qualcuno bussa, o un povero chiama,
gli risponda: ‘Deo gratias’ o ‘Benedic’, e con tutta la mansuetudine che il
timore di Dio gli ispira, si affretti a rispondere con la sollecitudine della
carità." (Regula, cap. LXVI). La porta
si spalanca ma deve aprirsi "con
timor di Dio". Ovvero è la porta della mia disponibilità a
dover "far spazio" e a "dare tempo" a colui che mi sta di
fronte. La porta si apre per chiudersi alle
vanità, ai cicalecci di tante parole vuote che ci sommergono, al vortice
insensato delle molteplici cose del mondo che distraggono. Essa deve aprirsi ad
uno spazio e ad un tempo diversi in cui l'incontro dei volti e lo scambio delle
parole vere hanno la priorità e in cui perciò è facilitato il compito di "avvertire"
per poi discernere la propria vita. A
ciascuno così viene data l'occasione di ascoltarsi e di leggersi con verità e
autenticità, lasciando che la propria maschera ingombrante che sembrava
indispensabile cada a terra frantimandosi, residuo di una identità costruita su
false immagini di sé, di Dio e del mondo.
Il cammino di
discernimento può prendere forme e tempi diversi. Può restringersi ad un
solo incontro, oppure dopo un primo dialogo si decide di dare avvio ad incontri
periodici più o meno diradati nel tempo. Capita talvolta che qualcuno senta la
necessità di trascorrere un tempo più o meno lungo in monastero. In questo caso
il discernimento prende la forma anche di condivisione di vita: si condivide la
quotidianità, il lavoro e la preghiera. Cerco di adeguare il mio passo al ritmo
dell'ospite favorendolo nel cammino più adatto al momento che sta
attraversando. Questo mi domanda la disponibilità nel farmi compagno di viaggio
alla velocità, diciamo così, consentita dall'altra persona. Dentro questa
concretezza quotidiana priva di distrazioni, esigente nella sua ascesi, la
persona è entra a contatto con le proprie profondità spesso sconosciute, con i
propri pensieri, emozioni, giudizi: nel silenzio emerge anche il suo "caos"
interiore che domanda di essere calmato, ordinato, riletto. Emergono i nodi di
sofferenza che chiedono di essere sciolti per poter poi finalmente intessere
nella pace la propria vita. Tutto questo dà la possibilità di poter
intravvedere (con ritmi più o meno lunghi) quella nascosta trama di senso della
propria vita che sola può strapparla da una sua insensatezza devastante: e
questa trama di significato alla fine non può che riallacciarsi nella fede alla
paternità di Dio che ci conosce per nome.
In tal senso mi auspico che la mia prima proposta
di "discernimento" sia cercare di offrire non solo un accompagnamento
"spirituale", ma ancor prima di offrire uno stile di vita diverso con
valori spesso sconosciuti o trascurati. E' un aiuto pratico, terra terra,
all'apprendimento di un discernimento capace di "mettere ordine nella propria vita". Non si tratta di
trasformare l'altro in un monaco o monaca, quanto suggerire di reimpostare alla luce di Dio in
modo più sapiente le priorità della propria vita.
Durante l'incontro cerco di tacere al fine di
lasciare che l'altro abbia la possibilità di raccontarsi-ascoltarsi, cerco di
coltivare un ascolto privo di pregiudizi o di fretta di rispondere. L'ascolto
"silenzioso" mi offre la possibilità di entrare in sintonia con il cuore
dell'altro il che mi aiuta, dietro le parole e i gesti, a "sentire" il
suo vissuto profondo, il modo di percepire se stesso e la vita in tutti i suoi
aspetti.
Il rischio per chi ricerca
soprattutto in ambito religioso un aiuto in vista di scelte da fare o
situazioni difficili da districare è di cercare una sorta di mago che con una
bacchetta magica risolva immediatamente problemi e sofferenze che invece hanno
bisogno di assunzione di responsabilità e di tempo per essere portati alla
luce, compresi, e responsabilmente affrontati in vista di scelte più
libere. In questa aspettativa erronea vi
è un volersi esonerare dalla fatica e dal rischio del cambiamento. E'
importante allora far emergere questa attesa immatura sia sotto l'aspetto
psicologico che spirituale. La grazia suppone sempre la natura e Dio opera
sempre dentro la libertà collaborativa dell'uomo e non la sostituisce mai.
Tengo a sottolineare che il mio è
un accompagnamento spirituale in vista di un discernimento e non un lavoro psicologico
(anche se cerco di tener presenti alcuni dei principi basilari di tale
disciplina onde evitare percorsi astratti e dannosi) per cui l'obiettivo è
quello non tanto di aiutare la persona a risolvere alcuni problemi fonte di
sofferenza quanto ad aiutarla a guardare questi stessi problemi ma ancor più
tutta la sua vita nell'orizzonte ampio di Dio: è imparare a leggere la propria
vita in tutti i suoi aspetti - compresi quelli di peccato - come una storia
nella quale la Provvidenza di Dio insieme alla nostra libertà il più delle
volte capricciosa e sbarazzina scrive, con enorme pazienza, la sua storia di
salvezza. Da parte mia cerco di vivere ogni incontro in un clima di
"preghiera": intendo con ciò dire che è è fondamentale riconoscere
tra me e il fratello che mi sta di fronte la presenza e l'agire dello Spirito
di Dio. E' alla sua luce di sapienza e intelligenza che è possibile dipanare le
mie e altrui oscurità, i nodi irrisolti, e intravvedere le piste giuste da
percorrere perché la vita possa scorrere nella pace sorretta dal dono della
speranza dalla quale nessuno è mai escluso.
Fondamentale è infine, dentro tale orizzonte di
discernimento, giungere a scelte concrete di vita che aiutino a intraprendere
con fiducia un nuovo tratto di strada in sintonia maggiore col disegno di Dio. Questo
si avvera quando le scelte che scaturiscono dalla sinergia di cuore, mente e
volontà. E' questo un lavoro lungo, paziente, spesso sofferto.
Nel nostro contesto socio-ecclesiale spesso ai
sacerdoti purtroppo manca il tempo per potersi fermare per accompagnare nel
discernimento le persone che lo richiedono, ingabbiati come sono da mille
impegni che riempiono l'agenda. Un monastero può divenire allora un punto di
riferimento "pastorale" non indifferente in vista di tale servizio.
Esso diviene così un'icona certo sempre molto povera del mistero della Chiesa
madre che nel nome del Signore Gesù accoglie, accompagna, illumina nel cammino
verso il Regno.
Considero il ministero del discernimento non solo
compatibile con la mia scelta monastica ma anche utile sia a livello umano che
spirituale. Mi sollecita infatti a sentirmi in certo qual modo "nel
mondo" pur avendo fatto la scelta di uscirne". Non è certamente un servizio
appariscente: non fa clamore, non vi sono riflettori, e talvolta è giudicato,
anche in ambito ecclesiale, come uno spreco di energie perché "poco
produttivo" non avendo ricadute "quantitative" immediate. Da parte mia cerco di considerarlo come un
segno dell'amore di Cristo risorto, un piccolo seme nascosto, che spero sia utile
al fine di contribuire a far sì che fratelli e sorelle si aprano al mistero di
Dio e di loro stessi e vivano il dono della vita con maggior pace, gioia e
speranza.
Il generale statunitense Omar Bradhey (1893-1981)
ebbe a dire una frase illuminante che cerco di fare mia in ordine al servizio
del discernimento offerto ai fratelli: " Dobbiamo imparare a determinare la nostra rotta secondo le stelle, non
seguendo le luci di ogni nave che passa". Ecco aiutare i fratelli a
distinguere in questo mondo così complesso la luce di una stella da quella di
tante lampadine oggi quanto mai è necessario.

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